La casa dei nostri sogni *

Quando abbiamo visto questa casa, più di un anno fa, avevamo pensato che era molto bella, ma che costava un po’ troppo. Quando abbiamo provato a risentire l’agenzia ci avevano detto che era calata di un po’ la cifra.

Così è iniziata l’avventura. C’è voluto un mese perchè la proposta fosse accettata, e poi circa sei mesi perchè il muto fosse erogato! Altri sei mesi se li sono presi i venditori per cercare casa e traslocare a loro volta. Poi sono iniziati i lavori.

Buttatela giù

Abbiamo voluto buttare giù un muro per allargare l’entrata e ridurre una stanza che tanto non serviva così grande. I genitori di Lui erano preoccupati che la cosa non si potesse fare, non fosse in regola, così ci siamo rivolti al geometra dei miei genitori, che ci ha confermato che si poteva fare tutto, ci ha fatto il progetto e la cosa ci è costata cinquecento euro e tre giorni di lavoro persi. Poi il muro era più spesso del previsto, e le macerie erano tantissime ci è voluto un giorno intero (io che riempivo secchi, Lui che li svuotava nel camion) per toglierle, poi giustamente la discarica a fine giornata era chiusa per cui sono rimaste una notte con noi. Successivamente abbiamo spostato degli attacchi, e tolto il palchetto in una camera. Io dipingevo i muri della futura camera nostra e “fiorivano” di continuo (suo padre “ma se continuano a fiorire non è che c’è…” risposta di Lui “vuol dire che è inverno, stiamo dipingendo, e non s’asciuga.” risposta che avrei dato io “vuol dire che come in ogni casa capita che non sia perfetta, che facciamo gliela restituiamo? grazie ma i muri fioriscono non la vogliamo più!”).

Volevo solo le mie fioriere

Mentre io dipingevo, Lui stava facendo scatole alla casa vecchia e mio padre si occupava di spostare le prese di corrente, la sera scendeva. E la luce saltava.
Non volevo far vedere che ero nel panico, visto che già mio padre lo era. Continuava ad andare su e giù non trovando il motivo per cui era saltata la luce.  Attaccava e staccava il contatore di un’altro, quando gli dico qual’è il nostro lo trova attaccato!
Mentre vedevo mio padre impazzire e pensavo che quel lavoro l’aveva chiesto Lui mi tornava in mente la frase del film dove lei commissiona con una lastra di pietra avanzata delle fioriere, peccato però che per fare quelle fioriere i muratori devono fare un sacco di lavoro extra, la moglie sentenzia “volevo solo le mie fioriere”. Allora nello sconforto e nel panico più totale, scendo a dare un occhiata io. Inizio a cercare su internet il manuale del contatore per capire perchè aveva le luci accese fisse. Sbircio l’altro pannello di salvavita che c’è di fianco accenno un “ma qui ce nè uno giù, magari è il nostro..” e mio padre “no quello è il pannello generale! Non c’entra”. Io per sicurezza alzo la porticina di copertura, e trovo scritto “salvavita appartamento n°9”. Un’altra cosa simile è capitata la prima notte in casa, faccio per aprire l’acqua calda e non arriva. Boiler spento. Lui accenda la luce fuori e non si accende. Io accendo l’altra luce e si accende, accenno un “deve essere qualcosa alla corrente visto che la luce vicino al boiler e il boiler non vanno” Lui mi risponde “no la luce non funzionava da un po’”. Poi Lui prova a riposizionare un cavo che aveva spostato e magicamente boiler e luce ripartono. (a loro favore si può dire che comunque gli impianti qui non seguono una logica.

Cio’ non lo rende monumento nazionale

Quando sono tornata alla vecchia casa l’ultima volta mi è venuto da piangere, sono scoppiata in lacrime nel momento in cui Ricky l’ha riconosciuta emettendo dei gridolini di gioia. Sono i ricordi di quello che abbiamo fatto, di quello che siamo stati, dei viaggi, delle litigate, delle cose belle che facevamo per coccolarci. Un po’ di nostalgia quando Lui ha chiuso per l’ultima volta la porta, il mio mazzo di chiavi gettato sul tavolino ora che non servirà più. E ancora l’orologio appeso nella nuova casa o la lampada accesa di nuovo dopo settimane.
Ma d’altronde:
“Betsy è nata proprio in questo appartamento…” – Muriel Blandings
“Ciò non lo rende monumento nazionale!” – Jim Blandings 

* La casa dei nostri sogni (Mr. Blandings builds his dream house) è un film del periodo d’oro Hollywoodiano, consigliatissimo perchè molto ironico. Un classico del 1948 che è sempre attuale, perchè quando vogliamo siamo tutti un po’ polli da spennare!

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Cose da non dire ad una mamma che sta allattando con difficoltà

  1. “Dici che il bambino ha fame? Lo tengo io mentre scaldi il biberon!”
  2. “Tizia sta anche lei dando l’artificiale, e poi anche Lui è cresciuto con l’artificiale”
  3. “Fa fatica ad attaccarlo perchè lei (segue elenco di 20 piaghe per cui voi e il vostro seno non siete adeguati allo scopo, l’elenco comprende anche l’invasione delle cavallette ), e lui si attacca male perchè (altro elenco, questa volta di 12 punti, lui è più piccolo ha meno colpe).”
  4. “Allattare è bellissimo, è un momento magico, goditelo!”
  5. “Il bambino mangia?” (questa è una domanda idiota in ogni caso)
  6. “Cresce?” (idem come sopra)
  7. “Bevi abbastanza?”
  8. “Mangi abbastanza?”
  1. Perchè dai per scontato che mi serva il biberon? Mi hanno dimessa con l’aggiunta, non con l’artificiale e stop!
  2. Perchè dici anche? Ma sopratutto, perchè pensi sia meglio l’artificiale del mio latte? O meglio, perchè insisti su questa storia invece di dire una cosa tipo “Che brava, nonostante le difficoltà ci provi lo stesso ad allattare:” no io sono la cattiva che allatta nonostante il dolore..
  3. Abbattere una persona che ha delle difficoltà con un elenco di cose che non vanno, non è mai una buona idea. Se il primo giorno in ospedale ci scherzavo su, il quindo giorno iniziavo ad avere problemi ad affrontare l’argomento senza piangere. E poi invece di dirmi solo cosa non va, fammi capire cosa posso fare per risolvere il problema no?
  4. Mi fa piacere che per te lo sia stato, ma se ti dico che sto male, magari per me non è così. Non fare la gran donna vantandoti di aver allattato tuo figlio fino in prima media, quando ti ho detto che ho dei problemi. O mi dai dei consigli costruttivi, oppure… anzi, in ogni caso cerca di comprendere perchè magari voglio mollare.
  5. Questa domanda mi ricorda tanto la domanda che mi facevano spesso negli ultimi mesi di gravidanza: “Si muove?”. Ma io dico, se la risposta fosse no, secondo te saremo qui a parlarne con tranquillità? Magari non sarei proprio qui se la risposta fosse no! Ma poi me lo chiedi perchè credi non mi sappia occupare di mio figlio? O semplicemente perchè non sai che altro chiedermi e allora facevi più bella figura a non chiedere niente??
  6. idem come sopra!
  7. Ecco, il tormento del bere perseguita la neomamma dalla gravidanza. Almeno 2 litri al giorno, che in allattamento possono essere anche 3! A volte vai talmente spesso in bagno che ti chiedi se l’acqua che bevi va anche nel latte o va tutta direttamente in vescica…
  8. La dieta dovrebbe essere sempre una dieta varia ed equilibrata con circa 500 calorie in più rispetto alla dieta pregravidanza. Varia la dieta è varia: l’ultima fetta di prosciutto, un pezzo di pane avanzato dalla sera precedente con sopra della maionese, mezza insalata appassita con un pomodoro transgenico e del primo sale stagionato (l’avevate iniziato 5 o 6 giorni fa?). Sull’equilibrato forse bisogna lavorarci ancora un po’. Sopratutto quando in preda alla stanchezza, o alla disperazione, mangiate chili di gelato, biscotti o cioccolato a seconda di quello che c’è in casa. E dire che vostra nonna vi racconta che a lei portavano da mangiare (?) brodo di pollo per tutti i 40 giorni del puerperio!

E infine cari Leche league e compagnia bella, ma perchè non fate una sezione che possono leggere anche le attettate senza sentirsi delle minorate del latte? Una sezione che magari raccoglie esperienze di chi ha avuto tanti problemi e ce l’ha fatta, con consigli pratici su come li ha risolti. No perchè se io ho già un male cane e ragadi da vendere anche con il paracapezzoli (che mi raccomando va usato per poco tempo e solo in caso di necessità!) e leggo che invece di 8 terribili poppate dovrei farne 12. Che se non si attacca abbastanza il seno produce meno latte, meno nutriente. Che le ore migliori sono proprio quelle in cui vorrei dormire. Che se si ingorga il seno dovrei mungermi. Che insomma la risposta ad ogni problema sembra essere sempre “Attaccarlo di più!”…

Se io leggo tutto questo, quando sono stanca, ho un capezzolo fresco di poppata, che perde pezzi di pelle e l’altro ancora dolorante dalla poppata di 4 ore prima. Se leggo tutto questo mentre il piccolo, che è stato un’ora attaccato, ha ancora fame.

La prima cosa che penso non è lo attacco ancora. La prima cosa che penso è PASSO ALL’ARTIFICIALE!

I giorni di demenza in ospedale

Tutto è iniziato quando ero ancora in sala parto, la placenta non scendeva e i medici hanno avvicinato il piccolo al seno. Scoperto il seno, la dura triste verità: capezzolo piatto. E il piccolo non si attaccava.

Poi in una saletta a parte ho aspettato un paio d’ore (questo il tempo necessario per essere sicuri che non ci siano emorragie gravi, dopo un parto naturale) e hanno riprovato ad attaccare il piccolo, secondo verdetto: il bimbo ha il mento piccolo e non riesce a spingere bene. La tettarella di un biberon sembrava non servire a nulla.

Il primo giorno abbiamo provato con un paracapezzoli, enorme, che Riccardo non riusciva nemmeno a prendere in bocca, terzo verdetto: il piccolo apre poco la bocca. Siamo andati avanti a fatica tutto il primo giorno con quel paracapezzoli enorme. La sera vado al nido, esausta, lì mi rimproverano che avrei già dovuto avere il mio paracapezzoli e fanno la prova con un’altro, tutto bagnato che non si appiccica alla mia pelle, scivola e il bimbo non si attacca. Quarto verdetto: “Signora non so cosa dirle, lei ha il capezzolo piatto e il bambino è pigro. Glielo teniamo noi ‘sta notte.”. Risalgo il corridoio piangendo, mi sento impotente e  colpevole, sembra non ci sia via d’uscita.

Il secondo giorno non arriva più il momento di riprendere i bambini dal nido, una volta lì mi fermano per riprovare ad attaccarlo, intanto il peso del piccolo scende. Un’altra persona mi fa riprovare la tettarella della prima notte. Miracolo, Riccardo si attacca e ciuccia pure con gusto! C’è luce alla fine del tunnel! Passiamo così tutto il secondo giorno.

Il terzo giorno il peso è sceso ancora, mi dicono che se continua a scendere non mi fanno andare a casa l’indomani. Quinto verdetto: “Signora lei poi ha la pelle delicata, si rovina subito, gli ha già fatto un livido!”, no quella è una vecchia cicatrice a dire il vero… Passiamo così tutto il giorno da soli con la tettarella. Ci sono momenti in cui piango perchè so che non ci faranno uscire, e momenti in cui mi auto convinco che ora Riccardo si attacca bene, sta ciucciando quindi siamo a cavallo! Verso sera invece mi viene fatto sapere che il piccolo è sceso proprio troppo di peso e se il giorno successivo non si dovesse stabilizzare allora mi faranno restare un’altro giorno. Panico. Io mi impegno più che posso, lo attacco come mi dicono 10min per parte, lui però ciuccia e si addormenta. Intanto passano a dirmi frettolosamente come si fa la medicazione all’ombelico e mi raccontano come si fanno le spugnature (e io che immaginavo me l’avrebbero fatto vedere..)  Sono distrutta, la notte non dormo bene, nel frattempo in camera sono arrivate: una mamma di 6 figli, tanto per sentirmi ancora più imbranata; e poi una donna che ha partorito col cesareo in piena notte.. E io piango all’idea di dover rimanere bloccata lì per chissà ancora quanto.

Il quarto giorno è ufficiale non mi dimettono. Mi portano a tirare il latte, solo 10ml. Torno una seconda volta, mi chiedono: “Preferisce tirare prima il latte o provare ad attaccarlo?”, “Non lo so, mi dica lei cos’è meglio…”, …dopo un consulto prima mi fanno fare una poppata con doppia pesata (quasi 10 grammi) poi si va di tiralatte. Mentre davanti a me Riccardo viene allattato artificialmente da un’altra persona. Mi sono messa a piangere. E quello non capiva neanche perchè. Il mio piccolo non mangiava da giorni in modo decente e la prima persona che lo sfamava era un’estraneo (come se poi fosse chissà quanto difficile dargli un biberon). Sesto verdetto: “Comunque suo figlio è pigro, anche al biberon non si attacca molto!”
Nel frattempo mi procuro un paracapezzoli come dico io, che pare funzionare proprio bene, il piccolo ora ciuccia di più, torno comunque al nido per l’aggiunta.
La montata lattea sembra finalmente essere in arrivo, chiedo qualche consiglio all’unica che sembra ascoltarmi, lei mi dice che se preferisco quella notte sarei potuta andare ad allattare lì, di svegliare il bimbo dopo tre ore se non si fosse svegliato da solo.
Quella notte in particolare, stremata dalle visite dei parenti, dalla storia dell’allattamento, e dal sonno perso, vado a letto convinta che mi riprenderò perchè Riccardo ora dorme beato. E invece la madre della vicina del cesareo cerca di costringere la neonata ad attaccarsi al seno e la piccola strilla per tre ore filate. Così coi nervi a pezzi vado al nido a cercare asilo. Lì un’altra persona mi dice che non ha senso che io allatti da loro. Settimo verdetto: “Signora sta dormendo, non lo svegli!”. Torno depressa verso il mio letto, fortuna che una ginecologa nel frattempo era andata a vedere cosa stava succedendo e la situazione lì si era calmata.

Il quinto giorno, finalmente Riccardo ha preso peso, si torna a casa. Nel giro di poco faccio un’ultima visita, e poi al nido per le ultime cose del piccolo. Io mi aspettavo indicazioni su come e quando allattare, sulle dosi dell’aggiunta, su come pulire occhi, naso e orecchie. Invece vengo investita da informazioni burocratiche: codice fiscale, pediatra, ecografia anche, vaccini, vitamine… “Ma devo dargli l’aggiunta?”, “Si continui pure, poi deve fare quest..” sono state le uniche parole sul tema.

Ma l’importante infondo era uscire dall’ospedale, no?

Pensiero stupendo. Nasce un poco strisciando.

Superare il termine fa venire strani pensieri… un po’ come quando ti viene la febbre e sembra sia impossibile guarirne.

Superato il termine, prima di tutto sembra impossibile poter partorire. Sopratutto se non hai ancora avuto contrazioni, dolori, o altro che faccia presumere un parto imminente (tralascerò i vari pensieri relativi alla perdita del tappo e la conseguente valutazione del muco ogni volta che si va in bagno). E si fanno pensieri folli del tipo: vivrò tutta la vita con questa pancia? Si perchè in certi momenti, ci si distacca da tutto il processo che porta alla formazione di una nuova persona, e il vivere con una pancia pesante e movimentata diventa un dato di fatto.

Poi si fanno pensieri ancora più folli del tipo: ma se con una scusa vado al pronto soccorso, non è che magari lì mi visitano e scoprono che sono già dilatata, mi rompono il sacco e con due spinte nasce??

Altri tipi di elucubrazioni oscillano tra il: “Devi uscire, devi uscire, devi uscire!!!” e termini più pragmatici tipo:”Oggi no che ho un impegno!”.  O ancora tipo:”Ecco adesso potrei farlo, mi sento in forma e rilassata, poi la casa è a posto, la spesa è fatta. Dai ci togliamo tutto per sta sera così nasci anche in una bella data!”; e ovviamente il suo opposto:”No ora no! Ho i capelli che sono un disastro, la ceretta da fare e sono stanchissima, non ce la farei ad arrivare alla fine…”.

Poi arrivano i dubbi amletici del tipo: “Ma è meglio se faccio colazione abbondante, che se mi parte il travaglio ho energie a sufficienza, oppure è meglio tenersi leggera così nel caso evito evacuazioni imbarazzanti?”.

Oltre qualche pensiero totalmente senza senso del tipo: “Ok, basta mi sono stufata. Voglio finire qui, come faccio? Ah, dite che non si può più tornare indietro ormai?”, perchè il bambino giorno dopo giorno, mentre per tutti si avvicina sempre di più, per te si allontana e diventa una cosa sempre più astratta.

E quando non riesci a dormire, non puoi far altro che pensare.
Dopo essermi fissata sull’induzione del parto, sta notte, mi sono dovuta alzare perchè proprio non riuscivo a riprendere sonno e avevo fame. Poi la pancia mi prudeva, la gamba mi faceva male e avevo caldo. Quando sono andata in bagno per l’ennesima volta e la pancia oltre a tirare e prudere mi pizzicava in un punto, stavo per lamentarmi per l’ennesima volta. Quando ho realizzato: è solo una gravidanza alla fine, c’è gente che convive con malattie e problemi maggiori!
(…ok, però quand’è che finisce?)

Ps: non chiedetemi di questi titoli revival che non lo so nemmeno io…

La vera attesa

E siamo agli sgoccioli.

Due settimane e poi… si potrebbe aspettare ancora dieci giorni.. ahah non finisce più!
E adesso tutti iniziano a chiedere, e la paura va e viene a sprazzi. E la luna dovrebbe essere quella giusta (piena o nuova? mica l’ho capito alla fine), tieniti pronta. Dai che ce la fai. Dai che manca poco. Dai che la prossima volta che ci vediamo siete in tre.

Mah, qui il collo è chiuso a doppia mandata, niente contrazioni, solo qualche dolorino ogni tanto.
In compenso un gran prurito alla pancia, ieri e l’altro ieri.
Una grande stanchezza (dovuta forse anche al fatto che la tensione per la casa si è in parte sciolta, visto che abbiamo firmato il compromesso).
I chili che aumentano a vista d’occhio (speriamo che al prossimo controllo non mi facciano pesare..non voglio immaginare la sgridata).
Le gambe come zampogne e le mani pure, che non so più che scarpe mettere e ho dovuto tagliare il braccialetto quello porta fortuna tutto colorato.
La schiena che non regge più.
Dormire è sempre più difficile (caldo o freddo che faccia).
Girarsi e muoversi, alzarsi, è da fare con estrema calma, pena fitte e dolori.
Una lieve voglia di vomitare..che speriamo non si realizzi mai.
Dopo la stitichezza di questi mesi ecco che in questi giorni accade proprio il contrario.
Qualche lieve tachicardia (o almeno credo, non ho mai misurato, ma ogni tanto mi sento più agitata).
Fatica a respirare a volte, che manca il fiato (alla visita ai reparti dell’ospedale l’unico modo per immettere aria era sbadigliare, non riuscivo a fare un respiro intero).
Mi sento sempre più brutta, distrutta, disfatta. Ho identificato ufficialmente le prime smagliature (carine a comparire solo ora). Ecco ora la mia figura allo specchio è più o meno così:

Compresi i capelli che non sono più cresciuti e sono particolarmente crespi e ingestibili.